La recente sentenza n. 7/2025 della Corte costituzionale segna un punto di svolta con riguardo alla dibattuta questione della compatibilità con la Costituzione e con il diritto europeo e internazionale dei meccanismi automatici e standardizzati di confisca, in quei casi in cui la misura ablativa non riguardi il profitto o il prezzo del reato, ma beni strumentali alla sua commissione o di valore ad essi equivalente.
Con ordinanza di rimessione n. 8612 del 27 febbraio 2024, la V Sezione della Corte di cassazione aveva considerato rilevanti e non manifestamente infondati i dubbi di costituzionalità emersi in merito all’art. 2641 c.c., nella parte in cui prevedeva la confisca, sia diretta sia per equivalente, dei beni utilizzati per commettere il reato, in quanto potenzialmente in contrasto con il principio di proporzionalità e con il diritto al rispetto della proprietà privata, consacrati agli artt. 3, 27, commi 1 e 3, 42 e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo con riferimento all’art. 1 del Protocollo n. 1 alla CEDU, nonché con gli artt. 11 e 117, comma 1, Cost., in relazione agli artt. 17 e 49 § 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
La vicenda trae origine da un’indagine avviata a seguito di un’ispezione condotta dalla Banca d’Italia e dalla BCE presso la Banca Popolare di Vicenza. L’accertamento aveva fatto emergere gravi irregolarità gestionali, consistenti, in particolare, nella sistematica concessione ai clienti dell’istituto di credito di finanziamenti diretti all’acquisto di azioni proprie, con la conseguenza di creare un’apparente domanda artificiale e di alterare così il valore di mercato dei titoli. Sulla base di queste rilevazioni era stato avviato un procedimento penale per reati di aggiotaggio manipolativo e informativo, ostacolo alle funzioni di vigilanza della Banca d’Italia, della BCE e della CONSOB, nonché falso in prospetto, conclusosi con la condanna di alcuni ex dirigenti dell’istituto di credito e la disposizione di una confisca per equivalente delle somme di denaro ritenute strumentali alla commissione degli illeciti, per un importo pari a 963 milioni di euro.
La misura trovava il suo fondamento nell’art. 2641 c.c. che consentiva, al primo comma, di confiscare direttamente i beni utilizzati per commettere il reato e qualora ciò non risultasse praticabile, al secondo comma, di procedere alla confisca per equivalente di somme di denaro o beni di valore corrispondente.
In sede di impugnazione, la Corte d’Appello di Venezia decideva di disapplicare direttamente la norma, richiamandosi alla sentenza C-205/20 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Quest’ultima ha stabilito che il principio di proporzionalità della pena non è soltanto un criterio interpretativo, ma una regola imperativa, dotata di effetto diretto, che consente al giudice nazionale di disapplicare le disposizioni interne che violino un tale equilibrio.
Alla luce di queste considerazioni, la Corte territoriale ha optato per la revoca integrale della confisca, anziché per una sua riduzione, ritenendo che la sanzione principale fosse sufficiente a soddisfare le esigenze punitive dello Stato. Inoltre, l’applicazione di una misura ablativa di tale entità è stata giudicata manifestamente sproporzionata, poiché disancorata dal disvalore dell’illecito e dai singoli contributi concorsuali, in violazione degli artt. 3 e 27 Cost., nonché dell’art. 49 § 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Il Procuratore generale presso la Corte d’Appello ha impugnato la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione, sostenendo che la norma non potesse essere disapplicata direttamente. A suo avviso, questa soluzione contrasterebbe sia con i principi di cui agli artt. 25, co. 2 e 101, co. 2, Cost., sia con il dettato dell’art. 2641 c.c., in quanto esso impone una confisca obbligatoria, senza margini di discrezionalità né correttivi basati sul principio di proporzionalità o sull’assenza di un profitto individuale.
Nel suo ricorso, il Procuratore ha sollecitato quindi un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiedendo chiarimenti sull’interpretazione della sentenza C-205/20, e in particolare se la normativa nazionale dovesse essere disapplicata anche qualora ciò implichi, in violazione del principio di legalità e della separazione dei poteri, l’attribuzione al giudice di valutazioni discrezionali in materia di politica criminale, prerogativa che la Costituzione riserva al legislatore.
La V Sezione della Corte di Cassazione, pur riconoscendo la fondatezza delle questioni prospettate dal ricorrente, considerata la rilevanza degli interessi e dei principi coinvolti, ha scelto di sollevare una questione di legittimità costituzionale anziché procedere con un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Richiamando la propria giurisprudenza e quella della Consulta, la Cassazione ha considerato di natura punitivo-sanzionatoria la confisca prevista dall’art. 2641 c.c. In particolare, essa ha evidenziato come, nei reati di aggiotaggio, la confisca per equivalente delle somme di denaro utilizzate per commettere l’illecito possa risultare notevolmente superiore rispetto al vantaggio economico effettivamente ricavato, o persino applicarsi in assenza di un profitto reale. Il ricorso alla mera disapplicazione avrebbe potuto generare incertezze interpretative e disparità di trattamento tra casi analoghi, con il rischio di compromettere i principi di legalità in materia penale, di uguaglianza e di certezza del diritto.
Investita della questione, la Corte costituzionale ha condiviso l’iniziativa della Sezione remittente, sottolineando l’importanza del proprio intervento per garantire altresì che le valutazioni sulla proporzionalità della pena possano estendersi anche ai rapporti già esauriti. Infatti, nell’attuale assetto normativo, un mutamento giurisprudenziale favorevole non sarebbe sufficiente a consentire la revisione di una sentenza passata in giudicato, essendo a tal fine necessaria una pronuncia di illegittimità costituzionale della norma penale applicata, in forza del combinato disposto degli artt. 673, comma 1, c.p.p. e 30, comma 4, della l. n. 87/1953.
Richiamando la propria giurisprudenza (e, in particolare, la sentenza n. 112 del 2019 in materia di insider trading, con cui è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 187-sexies del d.lgs. n. 58/1998 nella parte in cui prevedeva la confisca amministrativa obbligatoria, diretta o per equivalente, dell’intero “prodotto” di operazioni finanziarie illecite e dei “beni utilizzati” per commetterle, anziché del solo “profitto” ricavato), la Consulta ha ribadito la netta distinzione tra la confisca del “profitto” di un illecito e la confisca dei “beni utilizzati per commettere l’illecito”. Mentre la prima svolge una funzione meramente ripristinatoria, mirando a riportare il patrimonio dell’autore nelle condizioni precedenti al reato, la seconda comporta un effettivo impoverimento patrimoniale, atteso che i beni utilizzati per commettere l’illecito, essendo preesistenti al fatto criminoso, sono di regola legittimamente acquistati e posseduti dal reo, conferendo alla misura una chiara connotazione sanzionatoria.
Sulla base di queste premesse, la Corte ha affermato che la confisca diretta dei beni strumentali al reato e quella per equivalente di beni o somme di denaro di valore corrispondente a quelli impiegati nell’illecito, ai sensi rispettivamente del primo e secondo comma dell’art. 2641 c.c., costituiscono delle vere e proprie “pene” di natura patrimoniale. Il riconoscimento della natura sostanzialmente punitiva di tali misure implica la loro necessaria sottoposizione ai principi e alle garanzie che regolano la previsione, l’applicazione e l’esecuzione delle pene. In questo contesto, assume un ruolo centrale il principio di proporzionalità, che impone che la sanzione non sia eccessiva rispetto alla gravità del fatto commesso.
Il rispetto del principio di proporzionalità in ambito sanzionatorio richiede che l’autorità incaricata dell’applicazione della pena disponga di un margine di discrezionalità, così da evitare che la misura risulti sproporzionata rispetto alle capacità economiche del condannato o che incida in modo eccessivo sulle sue condizioni di vita (a tale riguardo, la Corte ha richiamato in particolare la sentenza n. 28 del 2022, con la quale è stata dichiarata l’incostituzionalità dell’art. 53, comma 2, della l. n. 689/1981, nella parte in cui stabiliva che il tasso minimo di conversione della pena detentiva in pena pecuniaria non possa essere inferiore alla somma prevista dall’art. 135 c.p., ossia 250 euro per ogni giorno di pena detentiva, anziché a 75 euro, limite minimo stabilito in relazione ai decreti penali di condanna ex art. 459, comma 1-bis, c.p.p.).
Il principale problema della confisca diretta e per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato risiede proprio nella sua applicazione obbligatoria, che vincola il giudice a disporla anche nei casi in cui risulti manifestamente sovrabbondante, impedendogli qualunque graduazione in base alle specificità del caso concreto.
Questa rigidità si discosta dagli approcci adottati in altri ordinamenti. In Germania, ad esempio, il principio di proporzionalità consente al giudice di modulare sia l’an sia il quantum della confisca. Negli Stati Uniti, la giurisprudenza consolidata prevede che il giudice debba garantire che la confisca non assuma un carattere eccessivamente punitivo, risultando sproporzionata rispetto alla gravità del reato. Analoghi principi emergono nel diritto dell’Unione Europea, come confermato dalla direttiva n. 2024/1260 e dall’art. 49 § 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Alla luce di queste considerazioni, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 2641 cc per violazione del principio di proporzionalità delle pene, sancito dagli artt. 3, 27 e 117 Cost., nonché dall’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali, con assorbimento degli altri parametri evocati dal giudice a quo. La confisca diretta e per equivalente dei beni strumentali al reato non si limita, infatti, a ripristinare la situazione patrimoniale precedente al reato, ma incide autonomamente sul patrimonio del condannato, configurandosi come una vera e propria sanzione pecuniaria. L’applicazione automatica della misura, senza alcuna possibilità di modulazione, è stata ritenuta incompatibile con i principi costituzionali e sovranazionali, che esigono sempre una commisurazione della pena proporzionata alla gravità dell’illecito e alle condizioni economiche del reo.
Le implicazioni di questa decisione sono di grande rilievo. Anzitutto, come già anticipato, la sentenza apre la strada alla revisione delle confische precedentemente disposte in applicazione della norma dichiarata incostituzionale, permettendo ai soggetti condannati di chiedere una nuova valutazione delle misure ablative subite.
Inoltre, la Corte costituzionale ha scelto deliberatamente di non intervenire con una pronuncia manipolativa, ritenendo che spetti al legislatore stabilire se riconoscere al giudice un margine di discrezionalità non solo nella decisione sull’an, ma anche sul quantum della confisca. Tuttavia, ha chiarito che qualsiasi nuova disciplina dovrà garantire criteri adeguati a una valutazione proporzionata della misura, evitando automatismi che potrebbero tradursi in sanzioni eccessivamente punitive.
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