Persecuzione religiosa in Cina: S&P vince in Cassazione

Con ordinanza n. 8573 del 6 maggio 2020, la Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proposto da una richiedente asilo di nazionalità cinese, fedele della Chiesa del Dio Onnipotente (“Quánnéng Shén Jiàohuì” – ”The Almighty God”), avverso il decreto di diniego della protezione internazionale emesso dal Tribunale civile di Roma.

La ricorrente era stata costretta a fuggire dal proprio paese d’origine poiché perseguitata per motivi religiosi. La sua confessione di appartenenza è, infatti, oggetto di una rigida politica repressiva attuata dal Partito comunista cinese culminata con l’inserimento della Chiesa del Dio Onnipotente nella c.d. lista dei “culti maligni”.

La mera appartenenza a una delle confessioni inserite nella lista dei “culti maligni” (cioè proibiti) è illegale e viene punita con la pena della reclusione ai sensi dell’art. 300 del c.p. cinese e con quella della rieducazione attraverso il lavoro. Inoltre, numerosi report internazionali denunciano frequenti episodi di tortura, violenze e detenzione arbitraria ai danni degli appartenenti alla Chiesa del Dio Onnipotente.

Sennonché, con un decreto del giugno 2019, il Tribunale di Roma aveva respinto la domanda di protezione internazionale. Pur non dubitando dell’appartenenza della richiedente alla Chiesa del Dio Onnipotente, il Tribunale aveva giudicato non credibile il suo racconto, ritenendo, in particolare, inverosimile che le fosse stato rilasciato un visto turistico per viaggiare, nonostante la sua identificazione come soggetto pericoloso per l’ordine pubblico interno.

Con la summenzionata ordinanza n. 8573/2020, la Corte di Cassazione ha ribadito il principio dell’onere attenuato in capo al richiedente asilo, escludendo che la valutazione del tribunale debba essere rivolta alla capillare ricerca delle eventuali contraddizioni, pur talvolta esistenti, insite nella narrazione della vicenda personale.

Risulta, inoltre, di particolare rilievo il passaggio con cui la Suprema Corte ha finalmente chiarito, una volta per tutte, che il rilascio di un regolare visto turistico non può assurgere, in quanto tale, a motivo ostativo alla concessione della protezione internazionale. Questa autorevole statuizione avrà notevoli ripercussioni sui numerosi casi analoghi attualmente al vaglio delle corti di merito, atteso che proprio questo profilo costituisce uno dei principali (stereotipati) motivi tradizionalmente addotti a fondamento del diniego della protezione internazionale nei confronti degli appartenenti alle chiese domestiche cinesi.

All’accoglimento del ricorso segue l’annullamento con rinvio al Tribunale di Roma per un nuovo esame.

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