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Blocco pluriennale degli aumenti retributivi nel pubblico impiego

Lo Studio S&P ha promosso un’azione collettiva dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’interesse di decine di alti ufficiali delle Forze armate e dei Corpi di polizia dello Stato ad ordinamento militare per contestare gli effetti discriminatori del blocco totale di qualsiasi incremento o adeguamento retributivo nel settore del pubblico impiego non contrattualizzato, in vigore dal 2011 (per effetto del d.l. n. 78/2010) e da ultimo prorogato con legge di stabilità sino al 31 dicembre 2015.  

Un’azione analoga è stata intrapresa dallo Studio S&P anche nell’interesse di un centinaio di professori e ricercatori universitari di vari Atenei italiani, rispetto ai quali la Corte costituzionale ha ritenuto legittimo il blocco (sentenza n. 310 del 2013), discostandosi dalle conclusioni cui essa era pervenuta in relazione ai magistrati e alle categorie equiparate (cfr. sentenza n. 223 del 2012) e privando così di qualsiasi ragionevole prospettiva di successo le azioni nel frattempo intraprese dinanzi alle giurisdizioni interne.

Per maggiori informazioni circa le condizioni di adesione alle azioni collettive contatta il nostro Studio (scrivici).

  • La questione »

    La vicenda oggetto dei ricorsi collettivi alla Corte europea trae origine dalla nota questione del “blocco” degli automatismi stipendiali dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, che vede coinvolti, tra gli altri, gli ufficiali delle Forze Armate italiane e dei corpi di polizia ad ordinamento militare, i professori ed i ricercatori universitari, nonché il personale della carriera diplomatica.

    Con il d.l. 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla l. 30 luglio 2010, n. 122, il legislatore ha, infatti, adottato una serie di misure “emergenziali” in considerazione della “straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni per il contenimento della spesa pubblica”, che hanno inciso pesantemente sul trattamento economico dei dipendenti pubblici a partire dal 1 gennaio 2011.

    In particolare, l’art. 9, c. 21, del menzionato d.l. n. 78/2010 ha stabilito che “i meccanismi di adeguamento retributivo per il personale non contrattualizzato” in regime di diritto pubblico “non si applicano per gli anni 2011, 2012 e 2013 ancorché a titolo di acconto, e non danno comunque luogo a successivi recuperi”. A partire dal 1 gennaio 2011, dunque, i pubblici dipendenti non contrattualizzati non fruiscono dell’adeguamento della retribuzione rispetto all’aumento del costo della vita calcolato in base agli indici ISTAT, così come previsto dall’art. 24, c. 1, della l. n. 448/1998.

    Inoltre, sempre l’art. 9, c. 21, ha disposto che per il personale non contrattualizzato in regime di diritto pubblico, che fruisce “di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti”. A ciò si aggiunge che, per gli anni 2011-13, le progressioni di carriera comunque denominate hanno effetto ai fini esclusivamente giuridici. Pertanto, coloro tra i pubblici dipendenti non contrattualizzati che hanno conseguito una promozione al grado/livello superiore nel triennio 2011-2013 (oggi quadriennio) hanno continuato (e continuano) a ricevere lo stesso trattamento economico, nonostante l’accesso ad una qualifica/ruolo superiore ed il conseguente effettivo svolgimento delle relative (superiori) mansioni e funzioni.

    Peraltro, l’art. 16, c. 1, lett. b, del d.l. 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla l. 15.7.2011, n. 111, ha consentito al Governo, mediante apposito regolamento, di prorogare fino al 31 dicembre 2014 le superiori “disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici anche accessori del personale delle pubbliche amministrazioni”. Tale facoltà è stata esercitata dal Governo con l’art. 1 del D.P.R. 4 settembre 2013, n. 122, pubblicato sulla G.U. il 25 ottobre 2013 ed entrato in vigore lo stesso giorno, il quale ha, per l’appunto, prorogato per un ulteriore anno l’efficacia temporale delle disposizioni sul “blocco” delle retribuzioni dei dipendenti della PA, prevedendo, alla lettera a), che esse (e, in particolare, l’art. 9, cc. 1 e 21, del d.l. n. 78/2010) “sono prorogate fino al 31 dicembre 2014”.

    Da ultimo, la Legge di stabilità 2015 (l. 23 dicembre 2014 n. 190, in G.U. n. 300 del 29 dicembre 2014 – Suppl. ord. n. 99) ha prorogato sino al 31 dicembre 2015 il blocco delle retribuzioni del pubblico impiego non contrattualizzato.

    Le menzionate misure adottate dal legislatore in merito al trattamento economico dei pubblici dipendenti sono state, nel frattempo, più volte oggetto di esame da parte della Corte costituzionale. Mentre, però, con riguardo alla categoria dei magistrati la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 9 cit. per contrasto con gli artt. 3 e 53 Cost. (sentenza n. 223 dell’8 ottobre 2012), essa ha ritenuto infondate le analoghe censure mosse avverso le disposizioni sul blocco da parte di altre categorie di pubblici dipendenti non contrattualizzati (e, segnatamente, il personale diplomatico, i professori e i ricercatori universitari e gli ufficiali della Guardia di finanza). In particolare, con le sentenze n. 304 del 4 dicembre2013, n. 310 del 10 dicembre 2013 e n. 154 del 21 maggio 2014, la Corte costituzionale ha dichiarato l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, c. 21, del d.l. n. 78/2010, con riferimento al blocco per il triennio 2011-2013 delle retribuzioni delle summenzionate categorie, ritenendo insussistente rispetto alle medesime quel carattere di “specificità” che essa aveva invece riconosciuto al personale della magistratura.

  • Cosa si chiede alla Corte »

    I ricorrenti censurano dinanzi alla Corte di Strasburgo la violazione

    • dell’art. 1 del Protocollo n. 1 alla CEDU, che tutela il diritto al pacifico godimento dei beni, e
    • dell’art. 14 CEDU, che sancisce il divieto di discriminazione.

    Il blocco di ogni scatto, adeguamento o incremento retributivo, disposto per gli anni 2011-2013 dall’art. 9, cc. 1 e 21, del d.l. 31 maggio 2010, n. 78, e successivamente prorogato per il 2014 dal D.P.R. 4 settembre 2013, n. 122, e per il 2015 dalla l. 23 dicembre 2014, n. 190, costituisce una misura di ingerenza nel diritto dei ricorrenti alla percezione del trattamento economico loro attribuito da specifiche disposizioni di legge (trattamento che, pertanto, essi avevano ed hanno la “legittima aspettativa” di conseguire e mantenere nel tempo), la quale difetta di proporzionalità rispetto allo scopo perseguito – la riduzione della spesa pubblica in periodo di crisi – anche alla luce della proroga di un ulteriore anno disposta dal citato D.P.R. n. 122/2013.

    Tale misure ha posto a carico dei pubblici dipendenti un “onere eccessivo” che ha alterato il “giusto equilibrio” tra esigenze di interesse pubblico e tutela dei diritti fondamentali individuali, oltre ad aver dato luogo ad una disparità di trattamento priva di qualsiasi giustificazione oggettiva e ragionevole tra categorie di lavoratori che versano in una condizione sostanzialmente analoga. 

  • Cosa si può ottenere dalla Corte »

    Nel caso di accoglimento del ricorso, la Corte può condannare lo Stato italiano al pagamento in favore dei ricorrenti di una riparazione pecuniaria per il danno patrimoniale e non patrimoniale subito per effetto delle violazioni della CEDU.

    La sentenza della Corte diviene definitiva entro tre mesi dalla sua pubblicazione e, nel caso di condanna dello Stato italiano, il pagamento delle somme liquidate dalla Corte deve essere effettuato entro tre mesi dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva.

    Inoltre, poiché il caso di specie interessa migliaia di dipendenti delle amministrazioni pubbliche che hanno subito (e continuano a subire) gli effetti gravemente pregiudizievoli e discriminatori del blocco di ogni scatto, adeguamento o incremento retributivo, la Corte potrebbe decidere di adottare una particolare procedura (la c.d. “sentenza pilota”), al fine di ottenere dal Governo italiano l’adozione di tutte le misure di carattere generali necessarie ad eliminare le cause “strutturali” all’origine della situazione ritenuta in contrasto con la CEDU. Ciò che evidentemente consentirebbe di evitare anche un'ulteriore proroga del blocco degli aumenti stipendiali.

  • Condizioni e termini per aderire »

    Possono aderire all’azione collettiva tutti i dipendenti delle amministrazioni pubbliche colpiti dal blocco degli aumenti stipendiali. Allo stato attuale sono già stati introdotti una pluralità di ricorsi nell’interesse degli appartenenti alle Forze armate e dei professori e ricercatori universitari.

    Per maggiori informazioni relativamente a modalità e termini di adesione all’azione collettiva si invita a prendere contatto direttamente con lo Studio S&P.

  • Rassegna stampa »