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Contaminazione da arsenico e tutela del diritto all’acqua

Lo Studio SFP ha promosso un’azione dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’interesse di alcuni residenti del Comune di Viterbo per denunciare la violazione del diritto all’acqua e del diritto al rispetto della vita privata e familiare a causa dell’inosservanza, da parte delle autorità statali, regionali e locali italiane, degli standard minimi di qualità delle acque e dell’assenza di informazioni sugli effetti della prolungata esposizione ad acque contaminate da livelli elevati di arsenico. In particolare, i ricorrenti contestano il mancato tempestivo adeguamento ai parametri di arsenico indicati dall’Unione europea (Direttiva 98/83/CE del Consiglio del 3 novembre 1998 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come tollerabili dall’uomo adulto e non nocivi per la salute umana.

Lo Studio SFP sta attualmente raccogliendo adesioni per la proposizione di analoghi ricorsi nell’interesse di tutti i residenti delle zone colpite dal problema arsenico. Per maggiori informazioni sulle condizioni e modalità di adesione all’azione contatta il nostro Studio (scrivici).

  • Rassegna stampa »

     

    2014

    • 12.09.2014 – Agenparl – Acqua: Ricorso cittadini di Viterbo a Corte europea diritti uomo per livelli arsenico

    • 12.09.2014 – Viterbo News 24 – Arsenico, presentato ricorso a Corte europea. La motivazione è il mancato adeguamento ai parametri

    • 12.09.2014 – Virgilio – Arsenico, presentato ricorso a Corte europea

    • 12.09.2014 – Libero24x7 – Arsenico, presentato ricorso a Corte europea

    • 12.09.2014 – News Locker – Acqua: Ricorso cittadini di Viterbo a Corte europea diritti uomo per livelli arsenico

    • 12.09.2014 – Tuscia Times – Acqua all’arsenico: cittadini di Viterbo presentano ricorso a Corte Europea

    • 13.09.2014 – Comitato acqua potabile – Cittadini di Viterbo ricorrono alla corte europea dei diritti dell’uomo

    • 17.09.2014 – Radicali italiani – Lo Stato ci avvelena

    • 3.11.2014 – Il Messaggero.it -– Arsenico, valori ancora alti Dalle situazioni sempre a rischio a Ronciglione

    • 22.11.2014 – comitatoacquapotabile.it – Arsenico nelle acque potabili: cosa è emerso alla conferenza di Viterbo del 22/11/2014

    2015

    • 28.01.2015 – Tuscia Web – Acqua non potabile, l’ordinanza è stata poco pubblicizzata

    • 29.01.2015 – Tuscia Web – Arsenico nella Norma, l’acqua è di nuovo potabile

    • 31.01.2015 - Il Messaggero.it – Arsenico ancora oltre i limiti in dieci comuni: ecco la mappa

    • 3.02.2015 – Tuscia Web – Arsenico, la revoca è solo parziale

    • 3.02.2015 – Viterbo News24 – Arsenico, “l’emergenza non è finita davvero

    • 3.02.2015 – Newtuscia.it – Acqua, Revoca ordinanza di non potabilità solo parziale: si ricorre alla Corte europea

    • 3.02.2015 – Mister-X – Arsenico: legale residenti, revocata ordinanza ma valori sballati in zone

    • 6.02.2015 – Tuscia Web – Arsenico nell’acqua, l’emergenza non è finita

  • Gli effetti nocivi derivanti dall’uso di acque contaminate da livelli elevati di arsenico »

    L’arsenico è un semi-metallo molto diffuso in natura e presente negli acquiferi destinati all’erogazione di acqua potabile.

    Per l’uomo l’assunzione di acqua contaminata rappresenta la principale fonte di esposizione all’arsenico. Tale esposizione è stata associata all’insorgere di gravi malattie degenerative e tumorali, oltre che ad effetti tossici sul fegato, vescica, reni, polmoni, pelle e sistema cardiocircolatorio.

    L’International Agency for Research on Cancer ha classificato l’arsenico come cancerogeno per l’uomo e ha valutato l’incidenza dell’esposizione all’arsenico contenuta nell’acqua potabile sui carcinomi alla vescica, ai polmoni, alla pelle, al fegato e ai reni. Secondo le Linee Guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sussistono prove evidenti che l’assunzione di elevati livelli di arsenico attraverso l’acqua potabile sia causalmente legato al manifestarsi di carcinomi.

    Gli effetti di un’esposizione prolungata all’arsenico contenuto nell’acqua potabile si possono valutare dopo circa 5 anni. I rischi per la salute crescono in rapporto alla durata dell’esposizione e, ove si siano assunte quantità eccessive di arsenico per lunghi periodi di tempo, tali rischi non diminuiscono con il ridursi dell’esposizione.

    L’arsenico può nuocere alla salute anche attraverso il consumo di cibi preparati con acqua contaminata poiché, per tale via, esso fa ingresso nella catena alimentare.

    I rischi per la salute associati al consumo di arsenico nell’acqua potabile possono essere mitigati utilizzando varie metodologie in grado di dearsenificare le acque pubbliche direttamente alla fonte. 

  • La questione »

    La disciplina in materia di qualità delle acque e di tutela della salute umana dai rischi chimici e microbiologici correlati al consumo delle acque si articola su un doppio livello, quello nazionale e quello europeo. La Direttiva 98/83/CE del 3 novembre 1998 (c.d. “Drinking water Directive”, di seguito anche “Direttiva acque”) ha stabilito valori parametrici specifici per diversi fattori di rischio – fra cui quelli non derivanti da attività umane, ma connaturati alle caratteristiche morfologiche e geologiche dei luoghi – sulla base dei valori guida stabiliti dall’Organizzazione mondiale della sanità per la qualità dell’acqua potabile.

    Nel caso dell’arsenico, il valore massimo del contaminante indicato al fine di assicurare un consumo sicuro dell’acqua nell’intero arco di vita, tenendo conto anche delle fasce di popolazioni più vulnerabili, è stato fissato in 10 µg/l. In ossequio al principio di precauzione, livelli più elevati sono stati vietati poiché considerati rischiosi per la salute umana, soprattutto in caso di utilizzo prolungato nel tempo di acque contaminate.

    Al fine di consentire agli Stati di adeguare i valori più elevati rispetto a quelli indicati per garantire il consumo sicuro delle acque, la Direttiva europea aveva previsto l’istituto della deroga in virtù del quale la non conformità ai parametri indicati nella medesima Direttiva poteva essere ammessa per un massimo di due trienni. La competenza a stabilire deroghe ai valori di parametro era attribuita agli Stati, i quali potevano esercitarla a condizione che: venissero adottate le misure necessarie a migliorare la qualità delle acque nel tempo; la deroga non presentasse un rischio per la salute umana; l’approvvigionamento delle acque potabili nelle zone interessate non potesse essere mantenuto con altro mezzo idoneo; e, la popolazione colpita, in particolare le persone per le quali la deroga poteva costituire un rischio particolare (ad es. donne in gravidanza e bambini al di sotto dei tre anni), fosse tempestivamente informata della deroga applicata.

    In circostanze eccezionali, la Commissione europea poteva accordare una terza deroga, per un ulteriore triennio.

    In Italia, all’entrata in vigore della Direttiva acque (recepita con d.lgs. 2 febbraio 2001, n. 31), i valori stabiliti per una serie di parametri, tra cui l’arsenico, erano di molto superiori rispetto ai nuovi limiti imposti dalla normativa europea. Per far fronte alla situazione di non conformità è stato emanato un elevato numero di deroghe, il più alto tra i Paesi europei. Le prime due deroghe sono state accordate – con una serie di decreti ministeriali adottati dal Ministero dell’ambiente congiuntamente con il Ministero della Salute – a cinque Regioni e due Province autonome per i trienni 2004-2006 e 2007-2009. Per tali trienni è stato consentito di mantenere il valore massimo di arsenico nell’acqua previsto dalla previgente normativa comunitaria e nazionale pari a 50 µg/l.

    Nei primi due trienni di deroga le amministrazioni centrali della sanità e dell’ambiente, nonché alcune autorità regionali interessate dal fenomeno, tra cui la Regione Lazio, hanno omesso di adottare misure adeguate e sufficienti a consentire di ridurre la concentrazione di arsenico nell’acqua potabile ed a garantire alle popolazioni interessate una fornitura idrica rientrante nei parametri imposti dal citato d.lgs. n. 31/2001. Neppure è stata fornita opportuna informazione agli utenti.

    L’impatto di tali omissioni sulla salute della popolazione locale è stato assai grave; in alcune aree ove la concentrazione di arsenico è stata superiore a 20 µg/l, si è registrato un aumento della mortalità per tutti i tipi di tumore, in particolare per tumori ai polmoni e alla vescica, nonché un aumento dell’ipertensione, dell’ischemia cardiaca e del diabete.

    Con lettera del 2 febbraio 2010, l’Italia ha chiesto il parere della Commissione europea per l’ottenimento dell’ultimo periodo di deroga (triennio 2010-2012) al limite massimo consentito dalla legge per l’arsenico nell’acqua. Dopo una prima decisione di rigetto dell’istanza per quei comuni che avevano proposto valori di arsenico superiori a 20 µg/l (segnatamente, 128 comuni, di cui 91 nel Lazio, 8 in Lombardia, 10 nelle Province autonome di Trento e Bolzano, 16 in Toscana e 3 in Umbria: cfr. Allegato II alla Decisione C(2010) 7605 del 28 ottobre 2010), la Commissione europea, in risposta ad una nuova istanza di deroga, ha, infine, concesso un terzo triennio di proroga (2010-2012), fino al 31 dicembre 2012, per i parametri di arsenico e fluoruro.

    Per l’arsenico la terza deroga è stata concessa, fino a 20 µg/l, a 86 comuni del Lazio, 6 comuni della Lombardia, 13 comuni della Toscana e tre comuni del Trentino–Alto Adige/Südtirol (Decisione C(2011) 2014 del 22 marzo 2011). La Decisione (art. 2) ha sottoposto le deroghe ad alcune condizioni, tra cui figurano l’esclusione della deroga per l’acqua ad uso potabile per i neonati ed i bambini fino all’età di tre anni, nonché l’adeguata informazione circa la deroga agli utenti.

    In definitiva, il termine concesso per la terza ed ultima deroga da parte della Commissione europea è scaduto il 31 dicembre 2012, ma, ancora oggi, la problematica non ha trovato soluzione!

    A causa del mancato adeguamento ai valori di sicurezza imposti dal diritto comunitario, dai primi di gennaio del 2013 i Sindaci di vari Comuni, tra cui quelli delle Province di Viterbo e Roma, hanno emesso apposite ordinanze per vietare l’uso dell’acqua del rubinetto. In alcuni territori del Lazio il mancato rientro nei regimi di deroga e la conseguente non idoneità delle acque al consumo umano ha causato una vera e propria crisi da approvvigionamento idrico e la necessità di ricorrere a mezzi straordinari per il reperimento dell’acqua potabile.

    Il 10 luglio 2014, la Commissione europea ha, infine, aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver omesso, nonostante la scadenza di ogni periodo di deroga, di assicurare che l’acqua destinata al consumo umano rispettasse gli standard indicati dalla Direttiva acque, con particolare riferimento agli eccessivi livelli di arsenico e fluoruro presenti nella acque di alcuni comuni del Lazio.

  • Cosa si chiede alla Corte »

    Il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo mira ad ottenere una sentenza di condanna dello Stato italiano che accerti la violazione:

    • del diritto alla vita, sancito dall’art. 2 CEDU, non solo per aver omesso di adottare le misure idonee a garantire gli standard minimi di qualità delle acque imposti dalla normativa comunitaria, ma anche per avere inibito, attraverso ordinanze sindacali, l’utilizzo dell’acqua del rubinetto contenente una concentrazione di arsenico superiore a 10 µg/l senza fornire agli utenti adeguate alternative per l’approvvigionamento idrico;

    • del diritto alla vita privata e familiare, garantito dall’art. 8 CEDU, per i gravi disagi derivanti dalla necessità di provvedere quotidianamente alla ricerca di fonti alternative di approvvigionamento idrico, quali fontanelle di fortuna o le c.d. casette dell’acqua (ove allestite);

    • del diritto ad essere informati, ai sensi dell’art. 8 CEDU, circa i possibili rischi per la salute derivanti dall’assunzione di acque contaminate da elevati livelli di arsenico - soprattutto per le categorie più esposte (donne incinta e bambini).

    La Corte europea – giudice competente a verificare il rispetto della CEDU da parte degli Stati contraenti – è più volte intervenuta a sanzionare l’omessa adozione da parte delle autorità interne di tutte le misure necessarie a prevenire ed evitare che la vita umana sia messa in pericolo (di recente cfr., ad es., Brincat e altri c. Malta, 24 luglio 2014, relativo alla contaminazione da amianto).

    Inoltre, con particolare riferimento alla materia ambientale, la Corte di Strasburgo ha già in passato condannato lo Stato italiano per violazione degli obblighi positivi di protezione derivanti dall’art. 8 CEDU – consistenti nell’adozione di un quadro legislativo e amministrativo finalizzato a prevenire in modo efficace i danni all’ambiente e alla salute – e di quelli procedurali di informazione della popolazione circa i rischi cui è esposta (cfr., ex multis, Guerra e altri c. Italia, 19 febbraio 1998, relativo all’esposizione a sostanze nocive emesse da stabilimenti industriali, e Di Sarno e altri c. Italia, 10 gennaio 2012, relativo alla gestione dei rifiuti in Campania).

  • Cosa si può ottenere dalla Corte »

    Nel caso di accoglimento dell’azione, la Corte potrebbe condannare lo Stato italiano al pagamento in favore dei ricorrenti di un equo indennizzo per il danno patrimoniale e non patrimoniale subito a causa delle violazioni lamentate.

    La sentenza della Corte diviene definitiva entro tre mesi dalla sua pubblicazione e, nel caso di condanna dello Stato italiano, il pagamento delle somme liquidate dalla Corte deve essere effettuato entro tre mesi dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva.

    Inoltre, nel caso di specie, la Corte potrebbe decidere di adottare una particolare procedura, c.d. “pilota”, al fine di ottenere dal Governo italiano l’adozione di tutte le misure di carattere generali necessarie ad eliminare le cause “strutturali” all’origine della situazione ritenuta in contrasto con la CEDU. Ciò consentirebbe di trovare una soluzione capace di risolvere il problema della contaminazione da arsenico delle acque potabili nel lungo periodo.

  • Condizioni per proporre ricorso »

    Possono proporre ricorso alla Corte europea tutti i soggetti – persone fisiche o persone giuridiche – che siano, o siano state, residenti/domiciliate nei comuni colpiti dalle ordinanze sindacali inibitorie dell’uso dell’acqua del rubinetto o comunque nei comuni interessati dal problema della contaminazione delle acque da arsenico.

    Per il Lazio si veda, a titolo esemplificativo, il seguente elenco dei comuni della Provincia di Viterbo ove sussistono valori di arsenico superiori a μg 10 per litro (dati aggiornati a maggio 2014): Bagnoregio; Blera; Bolsena; Canino; Capodimonte; Capranica; Carbognano; Castel S’Elia; Celleno, Civita Castellana; Civitella D’Agliano; Corchiano; Fabrica di Roma; Gradoli; Grotte di Castro; Lubriano; Marta; Nepi; Ronciglione, San Lorenzo Nuovo; Sutri; Tarquinia; Tuscania, Vallerano; Vetralla; Vignanello; Viterbo.

    La procedura dinanzi alla Corte di Strasburgo è esente da qualsiasi imposta o spesa giudiziaria (es. contributo unificato di iscrizione a ruolo). Le parti ricorrenti non possono in nessun caso essere condannate alla refusione delle spese di lite o ad altre sanzioni pecuniarie anche ove il ricorso sia dichiarato inammissibile per manifesta infondatezza o per altri motivi.

    Lo Studio S&P sta attualmente raccogliendo adesioni per la proposizione di ricorsi collettivi nell’interesse di tutti i residenti delle zone colpite dal problema dell'arsenico.

    Per maggiori informazioni relativamente alle modalità di adesione all'iniziativa si invita a prendere contatto direttamente con il nostro Studio.