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Giustizia per Giovanni Lo Porto e “diritto alla verità” per i familiari delle vittime dei droni killer

Lo studio S&P ha assistito la famiglia di Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano ucciso in Pakistan il 15 gennaio 2015 da un drone americano nel corso di un’operazione antiterrorismo, nelle negoziazioni che hanno condotto alla conclusione di un accordo con il Governo degli Stati Uniti d’America per il pagamento di una somma a titolo grazioso. 

Lo Studio S&P, in collaborazione con lo studio Perroni e Associati, continua ad assistere la famiglia Lo Porto nel procedimento penale pendente dinanzi al Tribunale di Roma teso a far luce sulle circostanze e sulle eventuali responsabilità penali relative alla specifica operazione antiterrorismo che è costata la vita a Giovanni Lo Porto, nonché nel procedimento per l’accesso al fondo per le vittime del terrorismo istituito dalla l. n. 302/1990.

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Giovanni Lo Porto (Palermo, 23 giugno 1977) ha perso la vita il 15 gennaio 2015 in Pakistan, vittima “collaterale” di un’operazione antiterrorismo di assassinio mirato (targeted killing) condotta dal Governo degli Stati Uniti d’America mediante velivoli a controllo remoto, i c.d. droni.

Giovanni era un esperto di cooperazione internazionale, giunto in Pakistan per prestare assistenza alle popolazioni della regione di Multan. Il 19 gennaio 2012, a meno di una settimana dal suo arrivo nel Paese, egli è stato rapito, assieme al collega tedesco Bernd Muehlenbeck, da un commando composto da quattro jihadisti che li aveva prelevati con la forza nella sede della ONG Welthungerhilfe, per la quale entrambi lavoravano.

In un video del dicembre 2012, il sig. Muehlenbeck chiedeva aiuto al Governo tedesco utilizzando il plurale, il che fece ben sperare sulle condizioni di salute di Giovanni. Tuttavia, il 10 ottobre 2014, appena dopo essere stato liberato in una moschea alla periferia di Kabul, il sig. Muehlenbeck raccontò che, da circa un anno, Giovanni era stato trasferito altrove, presumibilmente in un rifugio di jihadisti situato al confine tra Pakistan e Afghanistan, zona che proprio in tale periodo era costantemente monitorata dal Counterterrorism Center della CIA.

Il 16 gennaio 2015, intervenendo alla Camera in occasione della liberazione di due volontarie italiane rapite in Siria, il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha voluto rivolgere un “’pensiero speciale’’ anche alla famiglia di Giovanni, rassicurandola ufficialmente che il Governo stava lavorando alla vicenda “con massimo impegno e discrezione”.

Soltanto che, in tale data, Giovanni era già morto.

Infatti, come rivelato il 23 aprile 2015 dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, il 15 gennaio 2015 il compound ove Giovanni era tenuto prigioniero era stato bombardato ed interamente raso al suolo dai droni americani, causando la morte non solo di quattro presunti affiliati ad Al Qaeda, ma anche di Giovanni e di un secondo ostaggio, il cittadino americano Warren Weinstein.

Nel suo breve discorso del 23 aprile 2015, il Presidente Obama si è assunto la piena responsabilità per l’accaduto ed ha assunto l’impegno solenne affinché “l’esistenza di questa operazione fosse declassificata e resa pubblica”, riconoscendo che le famiglie di entrambe le vittime avevano “il diritto di conoscere la verità”.

Subito dopo il discorso di Obama, rispondendo alle domande dei giornalisti, il portavoce della Casa Biana, Josh Earnest, ha assicurato che sarebbe stata aperta “un’inchiesta approfondita e indipendente” per “comprendere a pieno l’accaduto, in modo da prevenire simili, tragici incidenti in futuro” e che, in ogni caso, ad entrambe le famiglie sarebbe stato corrisposto un risarcimento.

Il giorno successivo, il 24 aprile 2015, nell’ambito di un’informativa urgente alla Camera dei deputati, il Ministro Gentiloni ha rivelato che il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, era stato informato della morte di Giovanni nella tarda serata del 22 aprile, direttamente dal Presidente U.S.A.

Inoltre, il titolare della Farnesina ha sottolineato che “sull’intera vicenda è aperta un’inchiesta della magistratura” ed ha assicurato “che l’Italia troverà il modo di onorare la memoria di Giovanni” e che il Governo avrebbe lavorato “per acquisire il massimo di ulteriori informazioni possibili sulle circostanze del tragico errore riconosciuto […] dal Presidente Obama”.

Il 20 agosto 2015, la salma è stata riportata a Roma dove è stata sottoposta ad accertamenti autoptici su richiesta della Procura della Repubblica al fine di confermare l’identità e di stabilire le cause della morte.

Soltanto il 17 settembre, in esito alla verifica di compatibilità genetica, il corpo è stato trasferito a Palermo dove il giorno successivo la famiglia e gli amici si sono raccolti per dare l’ultimo saluto a Giovanni.

Giovanni Lo Porto è una delle molte centinaia di vittime civili innocenti rimaste uccise in operazioni di targeted killing condotte da droni americani su territorio pakistano negli ultimi anni nel quadro della lotta globale al terrorismo. Stando ad una recente sentenza dell’Alta Corte di Peshawar, tra il 2008 e il 2012 sarebbero stati uccisi 1449 civili pakistani e 47 cittadini stranieri, mentre altri 335 civili pakistani insieme a 6 cittadini stranieri sarebbero rimasti seriamente feriti.

Benché tali operazioni siano considerate del tutto illegittime dal punto di vista del diritto internazionale e siano state ripetutamente condannate dagli organi delle Nazioni Unite e dalle stesse autorità pakistane, esse continuano ad essere effettuate dal Governo statunitense sulla base di direttive che rimangono a tutt’oggi segrete e in assenza di qualsiasi reale forma di accountability, lasciando così le vittime “collaterali” prive di ogni forma di tutela e persino del più elementare “diritto a conoscere” i fatti che hanno portato al sacrificio di tante vite umane.

Il 15 marzo 2016 si è svolta, presso la Sala stampa della Camera dei deputati, una conferenza stampa, organizzata dallo Studio SFP in collaborazione con Nessuno Tocchi Caino, per discutere della vicenda Lo Porto.