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Il 1° agosto 2018 entrerà in vigore negli Stati che, ad oggi, lo hanno ratificato (Albania, Armenia, Estonia, Finlandia, Francia, Georgia, Lituania, San Marino, Slovenia e Ucraina) il Protocollo n. 16 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Detto Protocollo introduce un procedimento che consente alle più alte giurisdizioni di uno Stato contraente, individuate su indicazione di quest’ultimo, di richiedere alla Grande Camera della Corte di Strasburgo un parere consultivo non vincolante “su questioni di principio relative all’interpretazione o all’applicazione dei diritti e delle libertà definiti dalla Convenzione o dai suoi protocolli”.

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Lo Studio S&P ottiene una storica pronuncia della Corte costituzionale che segna un avanzamento delle libertà civili nell'ambito delle Forze armate. Con la sentenza n. 120 depositata il 13 giugno 2018 (il cui dispositivo era stato preannunciato con un comunicato stampa pubblicato l'11 aprile 2018), la Corte costituzionale ha dichiarato parzialmente fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del Codice dell’ordinamento militare nella parte in cui vieta ai militari di costituire associazioni professionali a carattere sindacale. La specialità di status e di funzioni del personale militare, ha però puntualizzato la Corte, impone il rispetto di “restrizioni”, secondo quanto prevedono l’art. 11 della CEDU e l’art. 5 della Carta sociale europea. Restrizioni che, in attesa del necessario intervento del legislatore, allo stato sono le stesse previste dalla normativa dettata per gli organismi di rappresentanza disciplinati dal Codice dell’ordinamento militare.

La Corte ha, quindi, dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del d.lgs. n. 66 del 2010, in quanto prevede che «I militari non possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali» invece di prevedere che «I militari possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale alle condizioni e con i limiti fissati dalla legge; non possono aderire ad altre associazioni sindacali».

Con ordinanza n. 2043/2017 del 4 maggio 2017, la IV Sezione del Consiglio di Stato aveva sospeso il giudizio di appello proposto dallo Studio S&P avverso la sentenza n. 8052/2014 del TAR Lazio, rimettendo alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1475, co 2, del Codice dell’ordinamento militare nella parte in cui pone un divieto assoluto e generale, per i militari, di aderire o costituire associazioni sindacali o a carattere sindacale, per contrasto con l'art. 117, comma 1, Cost., in relazione agli artt. 11 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutelano, rispettivamente, la libertà sindacale nell’ambito della più ampia liberà di riunione e il principio di non discriminazione, e in relazione agli articoli 5 e 6 della Carta sociale europea, firmata  a  Strasburgo  il 3  maggio  1996  e  resa esecutiva in Italia con legge 9 febbraio 1999, n. 30, che garantiscono i diritti sindacali e il diritto alla contrattazione collettiva.

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Lo Studio S&P, in collaborazione con l’Avv. Marco Tortorella e con il sostegno di Consulcesi, ha intrapreso una serie di azioni a livello europeo a tutela dei medici, ammessi a corsi di specializzazione tra gli anni 1982 e 1991, ai quali è stato negato l’integrale risarcimento del danno subito per l’omessa puntuale trasposizione della Direttiva 82/76/CEE, che attribuiva agli specializzandi il diritto ad una “adeguata remunerazione”.

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L’11 gennaio 2018, la Corte europea ha reso una sentenza storica nel caso Sharxhi e altri c. Albania, promosso dai proprietari di un imponente complesso residenziale sul lungomare di Valona (Albania), il “Kompleksi Jon”, illegittimamente demolito dalle autorità albanesi il 4 dicembre 2013, nonostante la sospensiva disposta dall’autorità giudiziaria amministrativa.

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Il 14 marzo 2018, si è celebrata l'udienza pubblica di discussione del caso Lekic c. Slovenia dinanzi alla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo, riguardante la compatibilità della legislazione slovena in materia di diritto societario con il diritto di proprietà garantito dall’art. 1 del Protocollo n. 1 alla CEDU, con il diritto ad un equo processo sancito dall’art. 6 CEDU e con il diritto ad un rimedio interno effettivo previsto dall’art. 13 CEDU.

Il ricorrente è stato rappresentato da un team dello Studio S&P, composto dall'Avv. Prof. Andrea Saccucci, dall'Avv. Giulia Borgna e dall'Avv. Matteo Zamboni. La sentenza della Grande Camera è attesa nei prossimi mesi.

Il 18 settembre 2017, un Collegio di cinque giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo aveva accolto la richiesta di rinvio alla Grande Camera presentata dallo Studio S&P, ritenendo che il caso sollevasse “gravi problemi di interpretazione o di applicazione della Convenzione o dei suoi Protocolli, o comunque un’importante questione di importanza generale” ai sensi dell’art. 43 CEDU. La sentenza del 17 febbraio 2017, con cui una Camera della Quarta Sezione della Corte aveva escluso all’unanimità la violazione della CEDU, sarà dunque sottoposta a completo riesame da parte della Grande Camera.

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Lo Studio S&P, su richiesta di alcune imprese, ha realizzato nuovi percorsi di formazione e consulenza sulla compliance e sul “sistema 231” nel settore farmaceutico. Dopo aver individuato il fabbisogno formativo specifico con i responsabili delle funzioni aziendali coinvolte, lo Studio ha predisposto un’offerta ad hoc destinata ai professionisti selezionati dai clienti e riuniti in classi in ragione del ruolo rivestito nell’organizzazione.

Come è noto, il market access sarà, nel prossimo futuro, una funzione sempre più centrale per la competitività dell’impresa. La corretta interlocuzione con i soggetti pubblici delle diverse figure coinvolte (RAM, KAM, ecc.) costituirà quindi uno strumento necessario e strategico per il posizionamento sul mercato. La conoscenza delle “regole del gioco”, non solo giuridiche, da parte dei professionisti del market access, infatti, riduce sensibilmente l’esposizione al rischio legale dell’azienda.

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Nel mercato digitale globale è sempre più diffusa l’offerta di servizi di profilazione reputazionale per finalità commerciali soprattutto nel settore bancario, finanziario e legale. Tali servizi vengono erogati a pagamento da società private attraverso la costituzione di enormi archivi digitali in cui vengono raccolti dati personali attinenti ai singoli soggetti profilati.

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Con ordinanza n. 1085 del 23 febbraio 2017, pubblicata il 14 aprile 2017, il Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi dell’art. 267 TFUE, la questione pregiudiziale relativa al riparto di competenza tra giudice nazionale e giudice dell’Unione in merito ad eventuali vizi di legittimità degli atti endo-procedimentali adottati dalla Banca d’Italia nell’ambito di un procedimento avviato ai sensi della normativa europea sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi (e, in particolare, degli artt. 22 e 23 della Direttiva 2013/36/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013, degli artt. 1, par. 5, 4, par. 1, lett. c), e 15 del Regolamento (UE) n. 1024/2013 del Consiglio del 15 ottobre 2013, degli artt. 85, 86 e 87 del Regolamento (UE) n. 468/2014 della Banca centrale europea del 16 aprile 2014, nonché degli artt. 19, 22 e 25 del Testo unico bancario italiano).

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Come noto, il d.lgs. n. 235/2012 (“Decreto Severino”) ha introdotto nuove cause di incandidabilità nel caso di condanna a determinate pene detentive ed è già stato applicato in più occasioni nei confronti di titolari di cariche pubbliche elettive sia a livello nazionale sia a livello locale.

Tra le questioni più controverse vi sono quelle riguardanti l’applicabilità retroattiva del “Decreto Severino” a condanne per fatti anteriori rispetto alla sua entrata in vigore, la proporzionalità della limitazione del diritto di elettorato passivo (che non può essere comunque inferiore a sei anni) e l’assenza di qualsiasi controllo giurisdizionale sulla “delibera” di decadenza dal seggio parlamentare adottata dalla Camera di appartenenza.

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Con una storica sentenza resa in data 28 giugno 2018 nel caso G.I.E.M. S.r.l. e altri c. Italia, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l'Italia ritenendo che la confisca per lottizzazione abusiva disposta a seguito di proscioglimento per prescrizione del reato non sia conforme ai diritti garantiti dalla CEDU.

La questione riguardava la confisca di terreni disposta nell’ambito di procedimenti penali per presunti reati di lottizzazione abusiva definiti con sentenza di proscioglimento per prescrizione. Richiamando la sua precedente giurisprudenza, la Corte europea ha ribadito che l’art. 7 CEDU preclude l’imposizione di una sanzione penale a un individuo senza che la responsabilità penale personale sia stata previamente accertata, anche nel caso di proscioglimento per intervenuta prescrizione del reato. Tra l’altro, i giudici di Strasburgo hanno notato che le società ricorrenti non avevano partecipato a nessuna procedura interna e dunque non potevano essere sanzionate per un reato la cui responsabilità penale sarebbe stata eventualmente imputata ad altri soggetti.

Inoltre, con riferimento alle persone fisiche imputate nel procedimento penale, la Corte ha ritenuto ammissibile l'irrogazione di una sanzione materialmente penale (la confisca) nel caso di "accertamento sostanziale" di responsabilità (e, quindi, anche in assenza di una formale condanna), ma ha comunque ravvisato una violazione del principio della presunzione di innocenza che impedisce la formulazione di giudizi sostanzialmente colpevolisti in una sentenza di proscioglimento.

In relazione a tutti i ricorrenti (e indipendentemente dalla violazione dell'art. 7 CEDU), la Corte ha giudicato manifestamente sproporzionata la misura della confisca rispetto all'esigenza di garantire i diritti dei proprietari dei beni ed ha invitato le parti a presentare le proprie domande di quantificazione del danno ai sensi dell'art. 41 CEDU entro tre mesi dalla pubblicazione della sentenza.

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Lo Studio S&P, su iniziativa di numerosi produttori di latte, è stato incaricato di predisporre una serie di ricorsi contro lo Stato italiano per censurare la violazione del principio del ne bis in idem sancito dall’art. 4 del Protocollo n. 7 alla CEDU, in quanto le giurisdizioni nazionali hanno definitivamente condannato i ricorrenti per il reato di truffa nonostante i fatti oggetto del procedimento penale fossero “sostanzialmente identici” a quelli che avevano già dato luogo all’irrogazione, in virtù della disciplina speciale sul “prelievo supplementare”, di sanzioni amministrative “milionarie”.

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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato al Governo italiano il ricorso promosso dallo Studio SFP nell’interesse di 130 residenti nel Comune di Taranto e aree ad esso limitrofe volto a lamentare la violazione del diritto alla vita e all’integrità psico-fisica dei ricorrenti, in quanto le autorità nazionali e locali hanno omesso di predisporre un quadro normativo ed amministrativo idoneo a prevenire e ridurre gli effetti gravemente pregiudizievoli sulla vita e sulla salute dei residenti derivanti dal grave e persistente inquinamento prodotto dal complesso dell’Ilva,

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La Legge di stabilità 2015 (l. 23.12.2014 n. 190, in G.U. n. 300 del 29.12.2014 - Suppl. ord. n. 99) ha prorogato sino al 31.12.2015 il blocco delle retribuzioni del pubblico impiego non contrattualizzato disposto per gli anni 2011-2013 dal D.L. 31.05.2010, n. 78, e già prorogato per l’anno 2014 dal D.P.R. 4.09.2013, n. 122, (così come consentito dall’art. 16, c. 1, lett. b, del D.L. 6.7.2011, n. 98).

In sintesi il comma 256 dell’art. 1 della Legge di stabilità 2015 proroga sia il blocco degli adeguamenti della retribuzione rispetto all’aumento del costo della vita calcolato in base agli indici ISTAT, sia il blocco delle classi e degli scatti di stipendio derivanti dalla progressione automatica di carriera.

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Con sentenza n. 9980 del 2016, il Tribunale di Roma ha riconosciuto la sussistenza della propria giurisdizione relativamente ad un’azione di risarcimento danni proposta nei confronti di un quotidiano albanese e del suo direttore responsabile da una società italiana e dal suo rappresentante legale, entrambi assistiti dallo Studio S&P, a seguito della pubblicazione di una serie di articoli diffamatori sull'edizione online del quotidiano.

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