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Studio Legale Internazionale

Saccucci & Partners (S&P)

Nato da un progetto dell’Avv. Prof. Andrea Saccucci, lo Studio legale internazionale Saccucci & Partners (S&P) è un'associazione professionale che si propone nell’attuale mercato dei servizi legali come una realtà dinamica, altamente specializzata, a carattere plurisettoriale e vocazione fortemente internazionalistica, dotata di un’organizzazione evoluta e in grado di offrire una varietà di servizi integrati, di consulenza e assistenza giudiziale e stragiudiziale, in materie particolarmente complesse che richiedono competenze di natura interdisciplinare. Lo Studio S&P opera principalmente nel campo dei diritti umani, del diritto internazionale, del diritto civile, del diritto amministrativo e del diritto sanitario e farmaceutico, assistendo una variegata clientela nazionale e internazionale (privati, società italiane e straniere, enti pubblici, strutture sanitarie pubbliche e private, organizzazioni non governative, associazioni di categoria, ecc.). Negli ambiti di sua specializzazione, lo Studio S&P può contare su solide partnership professionali nazionali e internazionali e su un’ampia rete di qualificati consulenti esterni.

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In evidenza

Le grandi questioni

  • Tutela dei possessori di bond greci vittime dello swap del 2012 »

    A seguito della decisione con cui la Corte suprema amministrativa greca ha ritenuto legittima dal punto di vista costituzionale l’introduzione retroattiva delle clausole di azione collettiva che ha reso possibile l’operazione di swap del 2012 ai danni degli investitori privati, lo Studio S&P ha proposto una nuova serie di ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo e dinanzi al Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite per denunciare la violazione del diritto al rispetto dei beni e del divieto di discriminazione. Già nel 2012, centinaia di possessori di titoli greci di varie nazionalità (greci, italiani, francesi, austriaci, tedeschi, inglesi e sloveni), assistiti dallo Studio S&P e da altri studi legali italiani e stranieri, si erano rivolti alla Corte di Strasburgo, la quale però, in una serie di decisioni adottate nei primi mesi del 2013, aveva ritenuto di sospendere l’esame della questione sino a quando le giurisdizioni greche non si fossero pronunciate in modo definitivo sui ricorsi nel frattempo presentati da migliaia di investitori nazionali dinanzi alla Corte suprema amministrativa greca. Per maggiori informazioni sulle azioni a tutela dei risparmiatori colpiti dalla swap del 2012 contatta direttamente il nostro Studio (scrivici). 

  • Blocco pluriennale degli aumenti stipendiali nel pubblico impiego »

    Lo Studio S&P ha promosso un’azione collettiva dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’interesse di decine di alti ufficiali delle Forze armate e dei Corpi di polizia dello Stato ad ordinamento militare per contestare gli effetti discriminatori del blocco totale di qualsiasi incremento o adeguamento retributivo nel settore del pubblico impiego non contrattualizzato, in vigore dal 2011 (per effetto del d.l. n. 78/2010) e poi prorogato dalla Legge di stabilità (l. 23 dicembre 2014, n. 190) sino al 31 dicembre 2015.

    Un’azione analoga è stata intrapresa dallo Studio S&P anche nell’interesse di un centinaio di professori e ricercatori universitari di vari Atenei italiani, rispetto ai quali la Corte costituzionale ha ritenuto legittimo il blocco (sentenza n. 310 del 2013), discostandosi dalle conclusioni cui essa era pervenuta in relazione ai magistrati e alle categorie equiparate (cfr. sentenza n. 223 del 2012) e privando così di qualsiasi ragionevole prospettiva di successo le azioni nel frattempo intraprese dinanzi alle giurisdizioni interne.

    Per maggiori informazioni circa le condizioni di adesione alle azioni collettive contatta il nostro Studio (scrivici).

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  • Prescrizione anticipata delle vecchie lire e tutela dei diritti di credito »

    Lo Studio S&P, insieme allo Studio Monferrino-Massara, ha proposto nel 2012 la prima azione collettiva dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la prescrizione anticipata delle vecchie lire disposta dal Decreto “Salva Italia”, denunciando la violazione del diritto al rispetto dei beni e del principio del legittimo affidamento. La prescrizione con effetto immediato delle vecchie lire ancora in circolazione, decisa “a sorpresa” con un decreto legge entrato in vigore lo stesso giorno della sua pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, costituisce una misura di “espropriazione valutaria” che è stata adottata tradendo la fiducia di tutti coloro che avevano fatto legittimo affidamento sul termine del 28 febbraio 2012, stabilito dalla legge da ormai 10 anni. Recentemente, il Tribunale di Milano ha ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma del Decreto Salva Italia che ha previsto la prescrizione delle vecchie lire, rimettendo alla Corte costituzionale la relativa decisione

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  • Contaminazione da arsenico e diritto all'acqua »

    Lo Studio S&P ha promosso un’azione dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’interesse di alcuni residenti del Comune di Viterbo per denunciare la violazione del diritto all’acqua e del diritto al rispetto della vita privata e familiare a causa dell’inosservanza, da parte delle autorità statali, regionali e locali italiane, degli standard minimi di qualità delle acque e dell’assenza di informazioni sugli effetti della prolungata esposizione ad acque contaminate da livelli elevati di arsenico. In particolare, i ricorrenti contestano il mancato tempestivo adeguamento ai parametri di arsenico indicati dall’Unione europea (Direttiva 98/83/CE del Consiglio del 3 novembre 1998 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come tollerabili dall’uomo adulto e non nocivi per la salute umana. Lo Studio S&P sta attualmente raccogliendo adesioni per la proposizione di analoghi ricorsi nell’interesse di tutti i residenti delle zone colpite dal problema arsenico. Per maggiori informazioni sulle condizioni e modalità di adesione all’azione contatta il nostro Studio (scrivici). 

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  • Forze armate e libertà di associazione sindacale »

    Lo Studio S&P ha intrapreso una pluralità di azioni legali volte ad ottenere il riconoscimento della libertà di associazione sindacale nell'ambito delle forze armate.

    A livello nazionale, la questione della legittimità costituzionale del divieto assoluto di costituzione o partecipazione ad associazioni di carattere sindacale, previsto dal Codice militare per tutti gli appartenenti alle forze armate (cfr. art. 1475, commi 2 e 4, del d.lgs. n. 66/2010), è attualmente al vaglio delle giurisdizioni amministrative. Con sentenza n. 8052, depositata il 23 luglio 2014, il TAR Lazio ha ritenuto tale questione manifestamente infondata, ribadendo sostanzialmente le motivazioni alla base della risalente pronuncia della Corte costituzionale n. 449 del 1999.

    Per un primo commento su tale pronuncia si veda G. FARES, La libertà di associazione sindacale nell'ordinamento delle forze armate alla prova delle nuove frontiere della CEDU, in Il nuovo diritto amministrativo, 2015.

    L'associazione ricorrente (ASSODIPRO) ha, tuttavia, proposto appello al Consiglio di Stato affinché la suprema istanza amministrativa rivaluti la questione anche alla luce della CEDU e delle altre norme internazionali a tutela della libertà sindacale.

    A livello europeo, lo Studio S&P ha promosso un’azione collettiva dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’interesse di circa 400 militari della Guardia di Finanza al fine di contestare il divieto assoluto di costituzione o partecipazione ad associazioni di tipo sindacale da parte degli appartenenti ai corpi ad ordinamento militare e l'irragionevole disparità di trattamento cui sono sottoposti i militari della Guardia di Finanza rispetto ad altri corpi di polizia ad ordinamento civile che pure sono preposti allo svolgimento di analoghe funzioni di tutela dell'ordine e della sicurezza.

    La fondatezza degli argomenti sostenuti dai legali dello Studio S&P è confermata dalle pronunce rese dalla Corte di Strasburgo (Adefdromil c. France, 2 ottobre 2014, e Matelly c. France, 2 ottobre 2014) con cui è stata sanzionata la legislazione francese, nella parte in cui stabilisce un divieto assoluto di costituzione o partecipazione ad associazioni sindacali da parte dei militari, per violazione del diritto alla libertà di associazione sindacale nell’ambito delle forze armate, nonché dalla decisione del Comitato europeo dei diritti sociali che ha ritenuto detto divieto incompatibile anche con il diritto di libertà sindacale e il diritto di contrattazione collettiva sanciti dalla Carta sociale europea (European Council of Police Trade Unions (CESP) v. France, 4 luglio 2016).

    I principi enunciati dalla Corte europea e dal Comitato sociale europeo avranno dunque dirette implicazioni anche per l’ordinamento italiano.

    Per maggiori informazioni circa le azioni intraprese per il riconoscimento della libertà sindacale in ambito militare contatta il nostro Studio (scrivici).

  • Blocco delle pensioni e diritto alla perequazione »

    Con la nota sentenza n. 70 del 30 aprile 2015, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del blocco della perequazione automatica delle pensioni introdotto dall’art. 24, comma 25, del d.l. 6 dicembre 2011, n. 201 (c.d. Salva Italia), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, l. 22 dicembre 2011, n. 214.

    Come inequivocabilmente statuito dalla Corte costituzionale, la sospensione del meccanismo di perequazione automatica delle pensioni, disposta con il decreto Salva Italia, viola “i limiti di ragionevolezza e proporzionalità (…) con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività” e si pone, pertanto, in contrasto insanabile con gli artt. 36, co. 1, e 38, co. 2, Cost. Eppure – a fronte di tali ineludibili rilievi – né il Governo, né il Parlamento sono intenzionati a dare piena esecuzione alla sentenza della Consulta, che avrebbe di per sé effetti erga omnes e che comporterebbe, quindi, l’obbligo di restituire ad ogni singolo pensionato i maggiori importi non percepiti in questi anni sulla base di una disposizione di legge dichiarata costituzionalmente illegittima.

    Tuttavia, con d.l. 21 maggio 2015, n. 65, il Governo ha previsto una restituzione soltanto parziale di quanto non percepito per gli anni 2012-2015 a titolo di perequazione, escludendo per di più talune categorie di pensionati (quelli che percepiscono trattamenti superiori a sei volte il minimo) dal diritto a percepire qualsiasi restituzione. In tal modo, però, si finisce per vanificare un principio fondamentale dello Stato di diritto, che impone di dare esecuzione alle sentenze, specialmente a quelle che promanano dal Giudice supremo delle leggi e che vieta al legislatore di intervenire con effetto retroattivo su diritti già maturati.

    Per questa ragione, lo Studio S&P è stato incaricato di intraprendere le azioni legali più opportune, anche in forma collettiva, sia dinanzi alle giurisdizioni nazionali sia dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per assicurare la completa restituzione di quanto dovuto in esecuzione della sentenza della Corte costituzionale.  (scrivici).

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  • La questione dell’ILVA di Taranto »

    Lo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, in funzione sin dagli inizi del 1965, costituisce la più grande acciaieria d’Europa. L’impianto si estende su di una superficie complessiva di circa 15.450.000 metri quadrati (quasi il triplo rispetto alla stessa città di Taranto) ed è sito nelle immediate vicinanze del quartiere Tamburi.

    I Riva acquistavano dapprima, nel 1989, l’impianto di Cornigliano e successivamente, nel 1995, a seguito della privatizzazione della Società Ilva S.p.A., l’impianto di Taranto.

    L’area a caldo dell’impianto di Cornigliano veniva chiusa nel 2005, dopo che uno studio epidemiologico aveva accertato l’esistenza di una stretta correlazione tra le polveri respirabili emesse dall’impianto siderurgico e le condizioni di salute della popolazione residente nelle immediate vicinanze di quest’ultimo.

    Tutte le produzioni dell’area a caldo del gruppo Riva vennero, quindi, trasferite presso l’unico impianto ancora attivo, quello di Taranto, nonostante le criticità ambientali del territorio tarantino fossero già note ai pubblici poteri e nonostante lo stabilimento della città ionica fosse già al centro di una serie di inchieste giudiziarie (cfr. Cass. sent. n. 38936 del 28.09.2005, depositata il 24.10.2005).

    La grave situazione ambientale della città ionica, monitorata dall’ARPA Puglia, non impediva al Ministero dell’Ambiente di rilasciare l’Autorizzazione Integrata Ambientale (a.i.a.) per l’esercizio dello stabilimento siderurgico (cfr. DM 4 agosto 2011, n. 450), richiesta dalla stessa Ilva con istanza del 28.02.2007.

    Contrariamente a quanto stabilito dall’a.i.a e dal parere istruttorio ad essa allegato circa l’esercizio dell’impianto nel rispetto delle prescrizioni legislative e regolamentari in materia di tutela ambientale, l’Ilva continuava a produrre superando i limiti stabiliti per le emissione degli agenti inquinanti (cfr. relazione tecnica dell’ARPA Puglia n. 5520 del 1.02.2012).

    Il Presidente della Regione Puglia (nota n. 1066/SP del 5.03.2012) chiedeva, quindi, al Ministero dell’Ambiente il riesame dell’a.i.a., a seguito del quale furono prescritte una serie di misure di carattere strutturale e gestionale volte a garantire che l’esercizio dell’impianto avvenisse nel rispetto dei valori limite di emissioni indicati nell’allegato parere istruttorio, nonché della vigente normativa in tema di tutela ambientale e sanitaria (cfr. art. 1 del DM 26 ottobre 2012, n. 547).

    Neppure le prescrizioni contenute nell’a.i.a. riesaminata furono rispettate. Le ripetute inottemperanze da parte dell’Ilva non mancarono di essere rilevate dalla magistratura tarantina, la quale apriva un’inchiesta (c.d. ambiente svenduto) volta a verificare le responsabilità del disastro ambientale in corso.

    Nell’ambito di tale e di altre inchieste la magistratura ha tentato di porre termine alle attività altamente inquinanti dell’Ilva, soprattutto attraverso il sequestro degli impianti, delle lavorazioni e dei conti correnti. Tuttavia il Governo italiano, ricorrendo ripetutamente alla decretazione d’urgenza, i c.d. “Salva Ilva”, ha consentito, e tuttora consente, il proseguimento della produzione da parte dello stabilimento siderurgico.

    Numerosi studi epidemiologici – da ultimo lo Studio di coorte sugli effetti delle esposizioni ambientali ed occupazionali sulla morbosità e mortalità della popolazione residente a Taranto dell’agosto 2016 – hanno chiaramente dimostrato l’incidenza dell’inquinamento prodotto dall’Ilva sull’aumento esponenziale delle malattie, dei tumori e dei decessi (in particolare dei minori) nel Comune di Taranto e nelle aree limitrofe. Ciononostante, i residenti di Taranto continuano ad essere esposti agli agenti inquinanti prodotti dal siderurgico.

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